Back Flush Save as PDF
Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

A questo punto, dunque, il biografo deve per forza fare una pausa. Se non bastano due o tremila parole a dire ciò che vediamo – e la signora Browning dovette dichiararsi sconfitta dagli Appennini: “Di queste cose non riesco a darvi l’idea,” ammise – non esistono più di due parole, forse solo un’altra mezza, che riescano a dire ciò che sentiamo con l’olfatto. Il naso umano è praticamente nullo. I più grandi poeti del mondo non hanno odorato nient’altro che rose da una parte, e sterco dall’altra. Le infinite gradazioni intermedie non sono registrate. E invece era principalmente nel mondo degli odori che Flush viveva. L’amore era soprattutto odore; forme e colori erano odore; la musica e l’architettura, la legge, la politica e la scienza erano odori. Per lui la religione stessa era odore. Descrivere la più semplice delle sue esperienze con la costoletta quotidiana o il biscottino è al di là delle nostre capacità. Neanche Swinburne in persona avrebbe saputo esprimere quel che significava per Flush l’odore di Wimpole Street in un caldo pomeriggio di giugno. Quanto a saper descrivere l’odore di una cucciola di spaniel mescolato all’odore di torce, alloro, incenso, striscioni, candele di cera e una ghirlanda di foglie di rosa frantumata da un tacco di raso che è stato conservato nella canfora, forse ci sarebbe riuscito Shakespeare, se avesse fatto una pausa nel bel mezzo della scrittura di Antonio e Cleopatra – ma Shakespeare non fece nessuna pausa. Confessando dunque la nostra inadeguatezza, non possiamo fare a meno di notare che per Flush l’Italia, in quegli anni che furono i più pieni, più liberi, i più felici della sua vita, significava principalmente una successione di odori. L’amore, si deve supporre, perdeva gradualmente la sua attrattiva. L’odore rimaneva.

Ora che si erano ristabiliti a Casa Guidi, avevano tutti le loro occupazioni. Il signor Browning scriveva regolarmente in una stanza; la signora Browning scriveva regolarmente in un’altra. Il bambino giocava nella nursery. Ma Flush vagava per le strade di Firenze per godersi l’estasi dell’odore. Seguiva un percorso suo proprio con l’olfatto tra vie principali e stradine secondarie, tra piazze e vicoli. Si faceva largo col naso di odore in odore – ruvidi, morbidi, scuri, dorati. Entrava e usciva, andava su e giù, dove lavorano il bronzo, dove cuociono il pane, dove le donne siedono a pettinarsi i capelli, nel vicolo dove sono impilate in alto le gabbie per gli uccellini, dove il vino si rovescia a macchie rosso scuro sul marciapiede, dove c’è odore di cuoio, e di finimenti e d’aglio, dove si sbattono i panni, dove tremano le foglie della vite, dove gli uomini siedono e bevono e sputano e giocano ai dadi – correva dentro e fuori, sempre col naso a terra, impregnandosi di quell’essenza; o col naso in aria, che vibrava al sentore dell’aroma. Dormiva in un caldo angolino di sole – quanto puzzava la pietra, per via del sole! Cercava una galleria d’ombra – che odore acido dava alla pietra, l’ombra! Divorava interi grappoli d’uva principalmente per il loro profumo violaceo; masticava e risputava qualsiasi duro reperto di capra o di maccheroni gettato dal balcone da una massaia italiana; quelli di capra e maccheroni erano odori aspri, odori cremisi. Seguiva la languida dolcezza dell’incenso fin dentro l’intrico violetto delle buie cattedrali; e, fiutando, cercava di lappare l’oro sulla tomba dai vetri decorati. Né era meno acuto il suo senso del tatto. Conosceva Firenze in tutta la sua marmorea levigatezza e nella sua polverosa e ciottolosa ruvidezza. Le pallide pieghe dei panneggi, le dita e i piedi lisci della pietra ricevevano le leccate dalla sua lingua, il fremito del suo muso palpitante. Sui cuscinetti infinitamente sensibili delle zampe si stampavano nitide e orgogliose le iscrizioni latine. In breve, conosceva Firenze come nessun essere umano l’ha mai conosciuta; come non la conobbe Ruskin, e neanche George Eliot. La conosceva come solo i muti conoscono. Non una sola della miriade di sensazioni che provava si sottomise mai alla deformazione delle parole.