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Allo stesso modo, Flush sentiva una strana agitazione all’opera dentro di sé. Quando vedeva le mani sottili di Miss Barrett che sollevavano delicatamente una scatolina d’argento o un ornamento di perle dal tavolino con intorno l’anello, le sue zampine pelose sembravano contrarsi, e desiderava ardentemente che potessero separarsi in dieci dita distinte. Quando sentiva la voce bassa di lei intenta a sillabare innumerevoli suoni, anelava al giorno in cui il proprio rozzo latrato sarebbe finalmente riuscito ad articolare, come lei, quei piccoli suoni carichi di significati tanto misteriosi. E quando osservava quelle stesse dita che costantemente incrociavano una pagina bianca con un bastoncino diritto, anelava al momento in cui pure lui sarebbe riuscito a macchiare di nero il foglio come faceva lei.
E però, se lui fosse stato in grado di scrivere come lei? – La domanda, per fortuna, è superflua: la verità ci impone infatti di dire che nell’anno 1842-43 Miss Barrett non era una ninfa ma un’inferma; Flush non era un poeta, ma un cocker spaniel rosso; e Wimpole Street non era l’Arcadia, ma Wimpole Street.
E così si susseguivano le ore nella camera sul retro, segnate da nient’altro che il suono di passi sulle scale; dal rumore lontano del portone che si chiudeva, di una scopa che frusciava, del postino che bussava. Nella stanza crepitava la brace; le luci e le ombre passavano sopra la fronte dei cinque pallidi busti, sopra la libreria e il suo merino rosso. Ma a volte il passo sulle scale non andava oltre la porta; si fermava appena fuori. Si vedeva ruotare la maniglia; la porta si apriva davvero; qualcuno entrava. E com’era strano il modo in cui cambiava, subito, l’aspetto dei mobili! Che vortici straordinari di suoni e di odori si mettevano subito in moto! Come sciabordavano intorno alle gambe dei tavoli e urtavano contro gli spigoli aguzzi degli armadi! In genere era Wilson, con un vassoio di cibo o un bicchiere di medicina; oppure poteva essere una delle due sorelle di Miss Barrett – Arabel o Henrietta; oppure uno dei sette fratelli di Miss Barrett – Charles, Samuel, George, Henry, Alfred, Septimus o Octavius. Ma una volta o due a settimana Flush si accorgeva che stava per accadere qualcosa di più importante. Il letto veniva trasformato con cura in un divano. Accanto veniva posizionata la poltrona; Miss Barrett si avvolgeva in scialli indiani che le donavano particolarmente; i gingilli della toeletta venivano scrupolosamente nascosti sotto i busti di Chaucer e di Omero; anche Flush veniva pettinato e spazzolato. Verso le due o le tre del pomeriggio si sentiva un colpo alla porta particolare, distinto e differente dal solito. Miss Barrett arrossiva, sorrideva e tendeva la mano. E poi ecco che entrava – magari la cara Miss Mitford, rosea, luminosa, chiacchierina, con un mazzo di gerani. Oppure poteva essere il signor Kenyon, un anziano signore robusto e molto curato, che irradiava benevolenza, e portava con sé un libro. Oppure poteva essere la signora Jameson, una donna che a vedersi era tutto l’opposto del signor Kenyon – una donna con un “incarnato molto chiaro – occhi pallidi e lucidi; labbra sottili e senza colore... naso e mento sporgenti, ma non ampi”. Ognuno, ognuna aveva il proprio modo di fare, il proprio odore, tono, accento. Miss Mitford parlottava e chiacchierava, volubile eppure anche concreta; il signor Kenyon era sofisticato e acculturato, e biascicava un poco perché aveva perso due denti davanti; la signora Jameson non aveva perso nessun dente, e si muoveva con la stessa acutezza e precisione con cui parlava.