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Contents ( 5)
  1. Virginia Woolf Flush
  2. Biografia di un cane
  3. Note dell’autrice
  4. Fonti
  5. Note della traduttrice

Allo stesso modo, Flush sentiva una strana agitazione all’opera dentro di sé. Quando vedeva le mani sottili di Miss Barrett che sollevavano delicatamente una scatolina d’argento o un ornamento di perle dal tavolino con intorno l’anello, le sue zampine pelose sembravano contrarsi, e desiderava ardentemente che potessero separarsi in dieci dita distinte. Quando sentiva la voce bassa di lei intenta a sillabare innumerevoli suoni, anelava al giorno in cui il proprio rozzo latrato sarebbe finalmente riuscito ad articolare, come lei, quei piccoli suoni carichi di significati tanto misteriosi. E quando osservava quelle stesse dita che costantemente incrociavano una pagina bianca con un bastoncino diritto, anelava al momento in cui pure lui sarebbe riuscito a macchiare di nero il foglio come faceva lei.

E però, se lui fosse stato in grado di scrivere come lei? – La domanda, per fortuna, è superflua: la verità ci impone infatti di dire che nell’anno 1842-43 Miss Barrett non era una ninfa ma un’inferma; Flush non era un poeta, ma un cocker spaniel rosso; e Wimpole Street non era l’Arcadia, ma Wimpole Street.

E così si susseguivano le ore nella camera sul retro, segnate da nient’altro che il suono di passi sulle scale; dal rumore lontano del portone che si chiudeva, di una scopa che frusciava, del postino che bussava. Nella stanza crepitava la brace; le luci e le ombre passavano sopra la fronte dei cinque pallidi busti, sopra la libreria e il suo merino rosso. Ma a volte il passo sulle scale non andava oltre la porta; si fermava appena fuori. Si vedeva ruotare la maniglia; la porta si apriva davvero; qualcuno entrava. E com’era strano il modo in cui cambiava, subito, l’aspetto dei mobili! Che vortici straordinari di suoni e di odori si mettevano subito in moto! Come sciabordavano intorno alle gambe dei tavoli e urtavano contro gli spigoli aguzzi degli armadi! In genere era Wilson, con un vassoio di cibo o un bicchiere di medicina; oppure poteva essere una delle due sorelle di Miss Barrett – Arabel o Henrietta; oppure uno dei sette fratelli di Miss Barrett – Charles, Samuel, George, Henry, Alfred, Septimus o Octavius. Ma una volta o due a settimana Flush si accorgeva che stava per accadere qualcosa di più importante. Il letto veniva trasformato con cura in un divano. Accanto veniva posizionata la poltrona; Miss Barrett si avvolgeva in scialli indiani che le donavano particolarmente; i gingilli della toeletta venivano scrupolosamente nascosti sotto i busti di Chaucer e di Omero; anche Flush veniva pettinato e spazzolato. Verso le due o le tre del pomeriggio si sentiva un colpo alla porta particolare, distinto e differente dal solito. Miss Barrett arrossiva, sorrideva e tendeva la mano. E poi ecco che entrava – magari la cara Miss Mitford, rosea, luminosa, chiacchierina, con un mazzo di gerani. Oppure poteva essere il signor Kenyon, un anziano signore robusto e molto curato, che irradiava benevolenza, e portava con sé un libro. Oppure poteva essere la signora Jameson, una donna che a vedersi era tutto l’opposto del signor Kenyon – una donna con un “incarnato molto chiaro – occhi pallidi e lucidi; labbra sottili e senza colore... naso e mento sporgenti, ma non ampi”. Ognuno, ognuna aveva il proprio modo di fare, il proprio odore, tono, accento. Miss Mitford parlottava e chiacchierava, volubile eppure anche concreta; il signor Kenyon era sofisticato e acculturato, e biascicava un poco perché aveva perso due denti davanti; la signora Jameson non aveva perso nessun dente, e si muoveva con la stessa acutezza e precisione con cui parlava.